• Lorena Cosimi

Mezze stagioni - l'approccio al mutamento nella MTC (2)


Continuando a volerci occupare di stanchezza, di indolenza, di questo stato di malessere, a volte generalizzato e inspiegabile che abbiamo capito essere tipico di questo periodo dell’anno (e forse ancora più evidenziato dai passaggi bruschi delle temperature che la nostra contemporaneità ci regala) vorrei che riflettessimo insieme su questo brano, o meglio su un piccolo montaggio assolutamente soggettivo, che vi traduco dal libro già citato nel precedente articolo e di cui troverete i riferimenti alla fine, se qualcuno fosse interessato ad approfondire. Piccola nota prima di cominciare, il corsivo è farina del mio sacco…

Se vivete in balia di Signora Stanchezza, fate uno sforzo e trasformate il vostro sguardo. […] In medicina cinese, diversi organi, se in disfunzione, possono essere causa di stanchezza, indolenza, se non addirittura depressione. La milza, per esempio, grande produttrice di energia e di sangue attraverso l’alimentazione; oppure il fegato, i reni, o ancora il cuore […]. Qualsiasi cosa sia, e sapendo che un controllo medico è sempre necessario, utilizzate le vostre proprie risorse per uscire da questi stati di torpore. […] Guardate, gustate, respirate, toccate, ascoltate. La vista è in relazione con il fegato e la cistifellea, il gusto (quello psichico compreso, il “gusto della vita”) con lo stomaco e la milza, l’odorato e il tatto con i polmoni e l’intestino crasso, l’udito con i reni e la vescica. Circondatevi di colori, di profumi, illuminate la vostra casa. […] Perché una riflessione sostiene questo percorso verso il cambiamento interiore, l’idea che qualsiasi situazione possa essere affrontata su piani diversi. L’atteggiamento proprio alla malattia, o al malessere, è di rinchiuderci, di limitarci, di condizionarci in una sola direzione. Ma sappiate che esiste uno spazio, dell’aria fresca da qualche parte. E sempre. Se il corpo e la testa, il nostro spazio interiore, sono annientati sotto il peso della stanchezza e della depressione, lo spazio esteriore esiste ancora e ci sostiene. […] Al contrario, se pensate che sia l’ambiente circostante il luogo invivibile – le persone, i rumori, le condizioni di lavoro – rivolgetevi verso il vostro spazio interiore. Siete liberi, dentro di voi esiste un luogo di silenzio e di luce capace di nutrimento immediato, se solo accettate di riconoscervi in lui. Tra lo spazio interiore e quello esteriore, sono le nostre proiezioni mentali a costruire frontiere. Lasciatele cadere: in questo spazio unificato, non c’è più spazio per la dualità.”

Siamo pieni di risorse, quindi, dentro e fuori di noi. Quello che ci sembra essere un ostacolo insormontabile, un’infinita e uggiosa giornata, un freddo “nelle ossa” che ci risucchia, o semplicemente il solito noiosissimo tran-tran, possono trasformarsi se solo riusciamo a cambiare il nostro punto di vista. E, ancora prima, a fare silenzio, un secondo di più, giorno dopo giorno.

Cambiare prospettiva non è un lavoro da eroi, ma è un piccolo gesto inabituale, una piccola pausa prima di reagire alle stesse cose noiose con lo stesso noioso atteggiamento di sempre, un microscopico input che farà girare la macchina della vita in un altro modo. Un sorriso, un respiro, un grazie al posto di un mormorio veloce e distratto. Lasciamoci prendere alla sprovvista da noi stessi, assaggiamo gusti poco noti, per una volta, giriamo a sinistra per prendere la metro, invece di scendere sempre dallo stesso lato, ascoltiamo invece di parlare. Parliamo invece di stare zitti. Alziamo lo sguardo verso il nostro vicino. Guardiamoci negli occhi. I nostri. Con sincerità, affetto, pazienza, come faremmo con un bambino che ci apre il cuore solo a guardarlo in viso. Se il nostro cuore è gioioso, tutto l’organismo ne risentirà, e se nel cuore c’è tristezza, spazziamola via, cantando, urlando, ridendo, circondandoci di piccoli, microscopici momenti di attenzione per noi.

Quello che sembra insignificante da questa distanza, se visto da vicino e coccolato come un prezioso tesoro, può essere il germoglio della sorpresa che illuminerà la nostra giornata. E i nostri pensieri. E la cosa meravigliosa, è che questo atteggiamento è contagioso, rischiara tutto intorno, si può insegnare, o almeno spiegare, e non costa niente. E soprattutto, ce ne possiamo servire in qualsiasi momento dell’anno! Un luogo immateriale dove non esiste il giudizio o il fallimento, ma nemmeno il successo, l’accumulo, la performance, la bruttezza. Un luogo non duale, senza opposti, senza conflitti, senza torti e ragioni, un luogo dove tutto è giusto, perché è il cuore che lo governa e dove possiamo essere in contatto con noi stessi, volerci bene, ritrovarci e scoprirci diversi da quelli che credevamo di essere. E giusti, in qualsiasi modo siamo fatti. Un luogo dove possiamo permetterci di fare, pensare, dire qualsiasi cosa. Anzi un luogo dove possiamo restare in silenzio e goderci il panorama, semplicemente, per dimenticare “parole come Dio, Morte, Sofferenza, Eternità […] e diventare semplici e silenziosi come il grano che cresce o la pioggia che cade […] per accontentarsi, semplicemente, di essere”**.

*Isabelle Laading, Les cinq saisons de l’énergie, Adverbum, 1998 ** Etty Hillesum, Une vie bouleversée, Seuil, 1985

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